Daniele Cerrato
Vice Presidente Casagit e Presidente della Commissione Permanente
In questi giorni di Mav incomprensibili nella forma, arrivati anche a colleghi che mai avevano ricevuto un bollettino extra da pagare per la Casagit, bisogna, con un filo di pazienza, provare guardare avanti per capire dove sta puntando la Cassa.
Se l’obiettivo è solo quello di realizzare una manovra che, nell’arco di un tempo ragionevole, riporti i conti della Casagit al “bello” o se questo deve essere l’inizio di un nuovo percorso che tenga conto di quanto è cambiato in 34 anni (tanti ne ha la nostra Cassa) nel paese e nella nostra categoria.
Cambiare per cambiare è una ricetta solo buona per alcuni momenti della vita dei nostri enti, ma se vogliamo guardare oltre la campagna elettorale intravediamo la vera sfida.
Sulla Casagit, su quella ricca che presentava ogni bilancio quantomeno in pareggio ma molto più spesso in attivo sono state caricate le attese, legittime, della categoria. In qualche modo la Cassa ha cercato di abbracciare quante più persone, collegate ai soci principali, possibili: figli, mogli, conviventi, genitori, figli con reddito proprio…
L’insieme dava concretamente il segno del lavoro di solidarietà che credo sia il primo impegno da mantenere e portare avanti.
Cosa non ha funzionato, ad un certo punto, nella vita della Casagit?
Il mondo intorno a noi è cambiato, il Welfare di ogni categoria produttiva, dirigenti o artigiani, commercianti o dipendenti della Pubblica Amministrazione, ha dovuto fare i conti e ridurre il proprio perimetro. Noi non viviamo su Marte.
Oggi un giornalista non ha certo lo stesso tenore di vita di appena dieci anni fa e quattro anni d’attesa per rinnovare un contratto non hanno migliorato la situazione. La visione generale della Sanità in Italia, inoltre, ha cercato di affermare un modello privato forte a fianco di quello Pubblico efficiente.
L’idea, sostenibile in un paese ricco, era di proporre un sistema che spingesse verso una copertura assicurativa sanitaria più diffusa per alleviare la pressione sulla Sanità Pubblica e realizzare un secondo piano, nobile, di intervento.
Oggi anche gli Stati Uniti si sono dati l’obiettivo di offrire una sanità efficiente per tutti, e non solo per chi ha un’assicurazione o è poverissimo.
Risulta evidente che l’arrampicata italiana è stata fuori tempo e fuori spazio.
Ha, tuttavia, prodotto un effetto:
quello di far salire i prezzi degli onorari dei medici che operano nel privato, di esami, di trattamenti, del costo di un giorno di degenza in clinica e far scendere la disponibilità di posti letto in alcuni ospedali.
Naturalmente questo non vale a tutte le latitudini, le grandi città sono più in crisi, quelle medie o piccole se la cavano decisamente meglio. Così il ricorso alla nostra Cassa è cresciuto in modo obbligato e anche la sensazione di essere più “poveri” ha portato ad una richiesta più pressante su piccole spese sanitarie un tempo trascurate.
I conti della Casagit avevano però già in sé un problema da affrontare. Si calcolavano le prestazioni pagate ai soci senza riferirle ad un preciso anno d’esercizio.
Questa è una macchina che viaggia a quasi 6 milioni e mezzo di euro al mese distribuiti ai colleghi per le loro esigenze. Senza distinguere, questa è la vera solidarietà, se a chiedere un rimborso è chi versa molto – perché guadagna in proporzione – o un disoccupato, un familiare aggregato a titolo gratuito, un pensionato con poco più di mille euro al mese lordi (vi garantisco che ce ne sono!) o uno dei tantissimi precari magari in attesa di un nuovo contratto e che versa un giusto minimo contributo.
Basta un ritardo nell’arrivo delle pratiche alla sede centrale nel mese di dicembre, quando si chiudono i conti, per trovarsi in utile e addirittura ricchi… ma sono soldi del Monopoli, soldi non veri.
Nel 2004 la Cassa realizzò 5 milioni di utile, era una Casagit ricca?
No, aveva solo fatto i conti con un metro basato sulla consuetudine. Oggi i conti sono diversi, al punto da dover chiedere un piccolo sacrificio solo a chi a carico ha almeno un familiare a titolo gratuito.
Siamo poveri?
No, dobbiamo solo imparare a fare i conti nel modo giusto e di-stribuire le risorse in modo oculato, solidale e giusto. Nell’esperienza di circa un anno, come responsabile della Commissione Permanente, quella che eroga la solidarietà più tangibile a quanti hanno avuto “troppo poco” rispetto a quanto speso, ho visto casi difficili per malattia affrontata e disponibilità economiche.
Abbiamo aiutato chi davvero necessitava della solidità della categoria, abbiamo respinto chi chiedeva un contributo per concedersi un lusso o aveva confuso il termine “integrativo” con “sostitutivo”. E’ stato possibile risparmiare oltre un quinto della dotazione che la commissione aveva affidata dal Cda.
La Casagit va certamente cambiata, insieme, anche con il contributo di chi non ha lesinato critiche, aperte e leali, ma dobbiamo tutti “tenere duro”.
Non mi stanco di ripeterlo: la Casagit è indispensabile per i giornalisti italiani, non ha una febbre da cavallo, ha bisogno di poche cure, chiare condivise e possibili.
Resta uno dei più sensibili indicatori per sapere non solo come stiamo di salute.
Torino, 13 maggio 2009





