DUE INVERNI CON GABRIELE - Casagit

DUE INVERNI CON GABRIELE

Celebrati a Venezia i funerali di Gabriele già presidente dell’Inpgi e consigliere di amministrazione di Casagit

di Gerardo Pelosi*


Con Gabriele Cescutti se ne va per sempre un pezzo importante dei miei primi anni di professione al Gazzettino di Venezia. Nostalgia e tristezza dominano questo momento ma mi piacerebbe ricordare il Gabriele amico e collega prima ancora del dirigente sindacale e poi presidente di Inpgi.

Era il marzo del ’78 e avevo 21 anni. Da poci giorni le Br avevano rapito Moro. Dopo una sostituzone estiva alla redazione di Treviso ero stato assunto come praticante al Gazzettino. Il direttore Gianni Crovato mi buttò subito in alto mare catapultandomi in quel girone dantesco che era la tipografia di via Torino a Mestre retta saldamente dal proto Comin (padre del collega e amico Gianluca, oggi colosso della comunicazione istituzionale italiana).

Di Gabriele, che era il mio referente per le prime pagine del giornale mi colpì da subito quel misto di determinazione e leggerezza veneziana. Era un piacere vederlo lavorare. Il mio compito era seguire dalle 18 fino a notte fonda (anche oltre le due all’epoca) il lavoro dei tipografi prima per Terza pagina e Spettacoli. Poi per le pagine di Economia e, infine, per la prima e seconda.

Gabriele passava i pezzi e i titoli di prima nello stanzone degli Interni. Un open space dove troneggiava la chioma candida di Roberto Jos ma affollata di colleghi di lungo corso: Gianni Prandin, Gio Alajmo, Fiorello Zangrando, Massimo Mazzariol, Alberto Minazzi, Vittoria Magno, Orazio Carrubba, Giorgio Bressan, Sergio Gervasutti, il compianto Cesare Piazzetta e altri che ora non ricordo.

Era uno spazio di lavoro nuovo inaugurato da pochi mesi che imponeva un cambio di passo a tipografi e giornalisti. Anche Gabriele per anni aveva lavorato nella sede veneziana del Gazzettino a Ca’ Faccanon dove l’acqua alta talvolta invadeva il locale delle rotative mettendo a rischio l’uscita del giornale.

In via Torino non c’erano più bacari e cicchetti a portara di mano. Gabriele scendeva in mensa verso le nove. Mangiavamo insieme anche con altri giovani colleghi come il siciliano Fabio Tracuzzi e il calabrese Santo Strati. Tutti noi compreso Gabriele, guardavamo con preoccupazione il progressivo innalzamento del tasso alcolico dei tipografi. Ricordo di alcuni solo i soprannomi: c’era Budda e il Beata, ad esempio. Ma vi era pure chi contrastava il saturnismo da piombo con dosi massicce di latte.
Gabriele scambiava battute con tipografi e operai. Il rapporto era di grande confidenza ma anche di rispetto reciproco.

In più di un’occasione qualche tipografo giocava a mettere in difficoltà noi giovani praticanti. Impazzivamo letteralmente con i bozzoni umidi e le correzioni incandescenti appena sfornate dalle linotype. Poi arrivava Gabriele e quasi senza parlare, solo roteando le dita delle mani e con brevi gesti, quasi fosse un direttore d’orchestra, dava le istruzioni e i tipografi – muti- eseguivano senza sbavature.

Verso mezzanotte arrivava poi in tipografia il caporedattore Giancarlo Campigotto inseme al proto Comin che gli segnalava tutti i problemi irrisolti. Gabriele cedeva allora il timone a Campigotto ma restando al suo fianco fino al bozzone della prima che veniva portato al direttore.

Fatte le ultime correzioni tornavamo in redazione in attesa della stampa.
Nel frattempo si erano fatte le due passate e quando le rotative cominciavano a girare ci portavano le prime copie calde. Le aprivamo quasi con sorpresa ma anche con soddisfazione. Poi Gabriele mi offriva un passaggio fino a piazzale Roma perché entrambi vivevamo a Cannaregio.

Qualche volta, quando la nebbia bloccava i vaporetti notturni, ci incamminavamo insieme nella Strada nuova deserta. Poche parole, qualche battuta e una buona notte che era quasi un buon giorno. Passarono così per me due inverni con Gabriele a Venezia. Poi, dal maggio dell’80, fui trasferito alla redazione di Roma e, come fiduciario, lavorai nel cdr del Gazzettino guidato da Gabriele.

Non sempre ci trovammo d’accordo su tutto ma la sua correttezza era fuori discussione. Lo rividi tempo dopo all’Inpgi e fino a pochi mesi fa in Casagit. Ma per me Gabriele resta quell’amico silenzioso che mi portava e casa nella nebbia di Strada nuova e mi salutava dicendomi: buongiorno. Buon cammino a te, Gabriele!

* Rappresentante dei soci nell’Assemblea nazionale Casagit Salute